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Allegri vs Adani

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  • Allegri vs Adani

    Si, di solito non scrivo di calcio qui.
    Ieri ho scoperto per caso la lite tra Allegri e Adani dopo la partita con l'Inter. Avrei parecchio da dire, sia riguardo alla lite in se e per se, sia riguardo alle idee "calcistiche" dalla quale è nata la diatriba (che fa capire prima di tutto che ad Allegri rode da morire essere uscito). Mi limito a dire che affermare che l'Ajax ha fatto solo 4 ripartenze in tutta la partita è quantomeno fuori dal mondo.

    Stamane ho poi visto un articolo sulla gazzetta che secondo me raccoglie molto bene alcuni concetti fondamentali, che stanno poi alla base delle "sconfitte" di Allegri in Europa (e tra l'altro fa notare alcune cose che vado dicendo da anni... ma va bo, io non capisco nulla di calcio...)

    La lite televisiva tra Allegri e Adani? Carezze. Vuoi mettere quella volta in tribuna stampa a Brescia tra Gianni Brera e Gino Palumbo, giganti del giornalismo sportivo? “Ecco qui Brera”, attaccò il napoletano Palumbo mollando un ceffone al lombardo che, ex pugile, reagì con un diretto all’occhio che mandò k.o. il rivale, sanguinante. Era l’esasperata resa dei conti tra due personalità forti, ma anche quella tra due scuole. Brera rimproverava alla scuola napoletana scarsa competenza tecnica e l’enfatica esaltazione dello spettacolo a discapito del risultato. Più o meno ciò che ha rimproverato Allegri all’opinionista Adani. La disputa tra la bellezza del gioco e l’essenzialità del punteggio è un fiume carsico che scorre da sempre sotto i campi del nostro calcio e che periodicamente riaffiora. Alla vigilia della finale di Coppa Campioni del 1989, Arrigo Sacchi lesse ai giocatori un articolo di Brera che presentava la Steaua Bucarest come maestra di palleggio e consigliava difesa e contropiede. Gullit si alzò in piedi: “Noi li attacchiamo dal primo secondo con il nostro gioco”. Era quello che voleva sentirsi dire Sacchi. Per due anni aveva lavorato all’idea. Arrigo si è scontrato più di una volta con Max. Palumbo, Brera, Sacchi, Allegri, Adani... Un fiume lungo e nervoso.
    GIOCHISTI — Conta più il gioco o il risultato? Chi ha ragione? Prima bisogna intendersi sui termini. Brera accusava: “Per la scuola napoletana una partita è bella solo se ci sono tanti gol”. Allegri diceva ad Adani: “Giocare bene è facile. Se voglio, spingo avanti i terzini”. Puntare sul gioco non significa colpi di tacco a salve e il “circo” di cui parla spesso Allegri. Significa allenare un’idea condivisa che regola la circolazione della palla e il movimento dei giocatori. L’idea ripetuta diventa stile. Il Liverpool di Klopp attacca sempre a quel modo, l’Atalanta di Gasperini pure. Non conta l’avversario. Chi ha un gioco, una strategia da portare a termine, pretende il possesso della palla e di attaccare sempre. Nella storia sono rimaste squadre dallo stile inconfondibile: l’Ungheria di Puskas, il Brasile di Pelé, l’Ajax di Cruijff, il Milan di Sacchi, il Barcellona di Guardiola... Squadre che hanno vinto perché belle, non belle perché hanno vinto. Forti cioè di un’armonia di gioco che le ha rese affascinanti. Anche i “giochisti” vogliono vincere, non meno dei “risultatisti”, ma pretendono di farlo con merito, come insegnava Aristotele: “La dignità non consiste nel possedere onori, ma nella coscienza di meritarli”. Altro dogma dei “giochisti”: la squadra migliora il giocatore, non il contrario. Gullit e Van Basten hanno vinto 4 Palloni d’oro in due al Milan, non prima. Gasp ha trasformato in uomini mercato una manciata di sconosciuti. L’Ajax di Ten Hag ha permesso a talenti sbarbati di giocare con la personalità dei grandi, perché ingigantiti dalle conoscenze. Non è vero che l’Ajax ha vinto con quattro ripartenze. Ha dominato grazie alla superiorità di un gioco che la Juve, ricca di campioni, non ha. Infatti nella difficoltà ha potuto aggrapparsi solo a CR7.
    RISULTATISTI — I “risultatisti” non hanno letto Dostoevskij (“La bellezza salverà il mondo”), ma Machiavelli: “Il fine giustifica i mezzi”. Non hanno una strategia a prescindere, ma una tattica che tiene conto delle lacune degli avversari. Ogni partita è il tentativo di far entrare il cavallo entro le mura di Troia. Può essere Emre Can difensore o Mandzukic mandato a saltare dalla parte di un terzino basso. Non a caso, la Juve di Allegri è cambiata spesso, da una stagione all’altra e anche all’interno della stessa partita. I “risultatisti” non chiedono che la vittoria, perciò non hanno bisogno di correre rischi per incantare. Si affidano alle sicurezze difensive e puntano più su giocate e giocatore che sul gioco. “Sono i campioni che fanno vincere”, ha detto spesso Allegri. Qui Adani ha avuto gioco facile a dimostrare che LeBron James non ti garantisce l’anello NBA e che con Cristiano Ronaldo, il più forte della terra, puoi anche uscire dai quarti di Champions. Non significa che i “risultatisti” non possano giocare bene. L’Inter del Triplete ha giocato partite splendide, pensiamo a quella in casa contro il Barça. E poi non esiste un solo tipo di bellezza. Per solidità etica e intensità agonistica, l’Atletico Madrid di Simeone è stato spesso uno spettacolo. Grazie all’essenzialità dei mister “risultatisti” sono passate alla storia anche l’Inter di Herrera, il Milan di Rocco, la Germania del ‘90, il Brasile del ‘94, la Grecia del 2004, il Chelsea di Di Matteo. Ma senza lasciare importanti eredità ideologiche. Anche la Juve di Allegri ha giocato spesso bene, ma non è un caso che le due partite migliori, a Madrid col Real, e a Torino, con l’Atletico, le abbia giocate spinte dalla disperazione di una rimonta quasi impossibile, attaccando con impeto e senza pause, tutti insieme, come fanno le grandi squadre. Per scelta, però. Stremato dalla rimonta sull’Atletico, Spinazzola ci ha messo 3 settimane a riprendersi perché quell’intensità offensiva, che per altri è regola, per la Juve è eccezione. Allegri non l’ha allenata in campionato, convinto che bastasse mettere il muso avanti. Ognuno ha diritto a scegliere il suo calcio. Le coppe di Rocco non brillano meno di quelle di Sacchi.
    FUTURO — Però il calcio è cambiato. Pressing e impostazione dal basso non sono più scelte, ma necessità. E un minimo sindacale di bellezza pure. Allegri ricorda di aver vinto uno scudetto al Milan con tre mediani, ma accadde a Bari, in Serie A, 8 anni fa. Oggi la Champions, come dimostrano le semifinaliste, premia solo un gioco di alta qualità, coraggioso e collettivo. CR7 non basta. Il sospetto è anche alla Juve tanti se ne siano convinti, dopo il trauma Ajax. Il nervosismo televisivo di Allegri, che sta per discutere il suo futuro, si spiega anche così.
    https://www.gazzetta.it/Calcio/Serie...50717976.shtml


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