• D&DO Fun: Capitolo 2 - Stormreach - il Porto



    Bah.

    I piedi ben piantati per terra e muovere le gambe con ritmo, questo dico io è il modo più sicuro di viaggiare. Le navi? Bah, mi si rivolta lo stomaco solo a vederne una. Da dove vengo io la cosa che ci somiglia di più sono gli slittini con cui scendevamo dai pendii innevati. Forse più che una somiglianza fisica si tratta di una somiglianza a livello “intestinale” … non so se mi sono spiegato.






    Comunque è fatta. Obe ha insistito tanto per questa crociera e per farlo contento abbiamo tutti accettato di imbarcarci. Ora che siamo sbarcati ci troviamo al Porto di Stormreach. Tanfo di pesce ovunque, ubriachi a frotte, baldracche con più barba del mio capoclan sparse qua e là, straccioni che provano a vendervi qualsiasi cianfrusaglia come se fosse un inestimabile tesoro trovato in qualche baule in fondo al mare, birra come se piovesse … mi sento a casa! Che posto fantastico, perfetto per un matrimonio nanico!
    Mentre gli altri si guardano intorno straniti io attacco subito bottone con uno del posto, tale Durk, sperando mi possa indicare la locanda con la birra più buona e allo stesso tempo più a buon mercato in zona. Mentre gli parlo, oltre a prenderlo subito in simpatia visto che è ubriaco spolpo di prima mattina, noto una cosa strana: spesso i suoi occhi si spostano sul nostro capogilda Kobadera. Lo squadra, lo guarda con curiosità per poi tornare a guardare il mio volto con un’espressione preoccupata ed io, nonostante non brilli per acume, non posso fare a meno di domandargli perché. Alla fine indica un tombino poco distante consigliandoci vivamente di entrarvi e calarci nelle fogne sottostanti. Nonostante il luogo indicato, a giudicare dall’odore, ricordi anch’esso molto bene casa mia il tutto mi insospettisce e chiedo apertamente a Durk il perché dovremmo ascoltare il suo consiglio. Lui si avvicina e mi bisbiglia qualcosa in un orecchio … all’udire le sue parole sbianco visibilmente, tanto che Andromeda da buon dottore immediatamente mette mano all’Aulin che porta sempre con sé. Dopo avergli fatto capire con un deciso cenno della mano di dove può mettersi il suo Aulin (in tasca intendo, eh come siete maliziosi …) ringrazio Durk per la dritta e mi avvicino ai miei compagni. “Ragazzi credo che dovremmo proprio scendere alle fogne da quel tombino lì. E prima che me lo chiediate: il perché è un segreto quindi non ve lo posso dire”. Gremio, da splendida comare qual è (e ha pure delle unghie bellissssssime!), mi si avvicina e cerca di estorcermi degli indizi giurando che non l’avrebbe detto a nessuno. Dato che lo conosco mi guardo bene dal dirgli nulla e ripeto “E’ un segreto, scendiamo e vedrete” esclamo guardando torvo in direzione del capogilda.

    Kobadera incrociando il mio sguardo intuisce che c’è un valido motivo a giustificazione della mia uscita e comanda a tutti di scendere. Gremio sbuffa perché, da buona massaia, si è appena fatto la permanente e gli secca rovinarla. Alla fine cede pure lui e ci caliamo verso l’ignoto.
    Posando i piedi per terra e richiudendo il tombino sopra di noi, dopo essermi accertato che fossimo soli tiro un rumoroso sospiro di sollievo sorridendo all’indirizzo di Kobadera, il quale mi guarda sempre più stupito. Lui non sa che siamo salvi! Anche Faria mi guarda con espressione interrogativa ma io precedo qualsiasi ulteriore domanda dicendo “Forza, esploriamo il posto che magari troviamo qualche pantegana da fare arrosto per cena”. Pina, come sempre, si mette in cerca di trappole e porte segrete … più che altro per evitare che qualche getto di acqua nera rovini la capigliatura appena restaurata di Gremio. Obe e Marko stanno sempre in fondo al gruppo, un po’ per precauzione visto che sono i curatori, un po’ perché così possono scambiarsi opinioni sulle ultime puntate di Lost, telefilm di cui sono fans. Andromeda e Kobadera sono affiancati al centro del gruppo a cazzeggiare allegramente, io e Gremio siamo davanti a loro a fare, mai come questa volta, il “lavoro sporco”.

    Proprio mentre Gremio mi ricordava che è un pezzo che Siwen, partito per il mare da giorni, non da notizie di sé beccandosi le mie maledizioni in dialetto nanico (ero quasi riuscito a scordarmelo quel bardo da strapazzo), Pina torna dall’avanscoperta bisbigliando “Shhhh non siamo soli qua sotto!”. “E’ uno scherzo vero?” domando, bianco in volto. Pensavo ce l’avessimo fatta dannazione! Non possono essere arrivati qui! Non faccio a tempo di mettere assieme due parole di senso compiuto per avvertire i miei compagni del pericolo che Andromeda, quel disgraziato, sbatte il ginocchio su una … boh … di metallo giacente lì da chissà quanto tempo. Il tutto genera un tremendissimo e assordante “GONGGG!” che se ci fossimo messi a suonare un pezzo dei Metallica tutti assieme saremmo passati più inosservati. Sentiamo dei rumori … rapidi passi che si avvicinano … e mentre i miei compagni estraggono le loro armi io, in preda al panico, urlo paonazzo in volto “Noooohhh, è inutile combattere, dobbiamo scappare e alla sveltaaahhh!!”. Kobadera mi guarda stupito perché un nano come me non si tira mai indietro da una zuffa. Ma io rincaro la dose mettendogli le mani sulle spalle, scrollandogliele violentemente (ok, qui la trama è un po’ debole visto che lui è alto 2 metri e io mezzo metro … vabè passatemela come licenza poetica vah) e piagnucolando “Mi spiace capo, quando Durk mi ha avvertito non ci volevo credere … ho cercato di tenerteli lontani ma loro sono troppi … sono troppo furbi … dobbiamo andarcene, sei in grave pericolo!”. Non appena finisco di parlare appare a tutti ben chiaro cosa dovremo affrontare. Dall’angolo a qualche centinaio di metri di fronte a noi sbucano uno dopo l’altro … I PARENTI DI KOBADERA … I TEMIBILI KOBOLDI!!! Sono a decine, centinaia, e ce ne sono di tutti i tipi … dallo Zio Umberto, sempre in bermuda, famoso perché vuole a tutti i costi far giocare il mondo intero col suo freesbee di legno (che imbraccia minacciosamente come uno scudo), alla Zia Peppina tristemente nota per le sue terribili impepate di cozze, piatto tipicamente milanese, in lontananza vediamo anche gli Zii Astolfo e Galimberto che già agitano vorticosamente le mani armeggiando con il loro malefico bastoncino e con i petardi che tanto amano (e che di solito esplodono, causando ustioni e danni inimmaginabili chi sta nei paraggi …). Kobadera è impietrito dal terrore, una massa talmente enorme di parenti provenienti da ogni dove è come lo sciame di cavallette di biblica memoria e mentre mi guarda con un’espressione di ringraziamento per aver provato a salvarlo mi è chiaro che sta pensando di gettare la spugna e sorbirsi tutti gli abbracci delle zie grasse, tutti i rimbrotti delle nonne e tutti i calci negli stinchi dai tenerissimi nipotini.

    “Mai!” sentiamo urlare Obe dalle retrovie. “Non ci avranno mai vivi!”. “Andiamocene, abbiamo un vantaggio di qualche centinaio di metri, possiamo farcela!” aggiunge Faria. “Dannato Siwen, non c’è mai quando abbiamo bisogno di lui!” esclama Andromeda, dando così libero sfogo alla sua delusione perché causa la suddetta assenza del bardo ci siamo giocati il nostro piano di riserva che teniamo per situazioni disperate come questa: dare in pasto ai nemici Siwen ed approfittare della baraonda susseguente per dileguarci (così impara a rispondermi “E chi sono?” quando gli chiedo di suonarmi un pezzo dei Men-O-War ...).

    Fuggiamo, ma voltandoci indietro li vediamo che ci inseguono.

    A centinaia, come branchi di topi impazziti che sbavano dietro ad un pezzo di Emmental svizzero del Canton Ticino, ci braccano e non ci molleranno finché non ci avranno abbracciati uno per uno, consumati di bacetti e pizzicotti, riempiti di qualsiasi schifezza alimentare tipica di Milano, storditi a forza di canzoncine sceme e giochi di società a gruppi misti.

    Fuggiamo, ma sappiamo che non abbiamo scampo e prima o poi dovremo affrontarli.

    Fizziu